STORIA 2009


L’OMBRA DEL TRADIMENTO SULLA REGIA MARINA


La “compravendita” delle navi italiane

Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1941, la flotta italiana in Egeo subì un vero e proprio agguato notturno da parte di quella inglese. Quella che sarebbe poi passata alla storia come la “notte di Capo Matapan”, più che un combattimento tra due squadre navali, fu una sorta di tiro al piccione con le navi italiane nel ruolo del bersaglio.
Alla fine dello scontro, laddove la parola scontro è un eufemismo, la Marina Italiana contò la perdita degli incrociatori pesanti Zara, Fiume e Pola e dei cacciatorpediniere Alfieri e Carducci. Come se ciò non bastasse, tra i danni patiti, si annoverò anche il siluramento della corazzata Vittorio Veneto. A fronte di questo scempio, gli inglesi lamentarono la sola perdita di un biplano silurante Swordfish.
Il grave smacco andava ad aggiungersi a quello subito dagli italiani pochi mesi prima, nella notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940, quando una formazione aerea composta da 20 aerosiluranti Sworfish decollati dalla portaerei Illustrious, avevano attaccato le navi italiane mentre erano “al sicuro” nella base portuale di Taranto. Gli Swordfish, benché fossero dei biplani dall’aspetto antidiluviano, avevano danneggiato in quell’occasione le navi da battaglia Cavour, Littorio e Caio Duilio.

Molti degli studiosi che hanno trattato della drastica sconfitta italiana a Matapan hanno semplicisticamente attribuito la vittoria degli inglesi all’utilizzo del radar del quale gli italiani erano privi. Chi ha sposato senza riserve unicamente la tesi del radar come arma risolutiva in quella notte nefasta alle armi italiane, potrebbe aver imboccato una strada sbagliata.
Infatti gli inglesi furono in condizione tendere quell’imboscata e portarla a felice compimento non solo grazie all’uso del radar, anche perché le navi italiane furono scoperte impiegando i soli binocoli notturni e poi inquadrate per il tiro con i normali proiettori. La trappola tesa dagli inglesi nell’Egeo ebbe, invece, una ricetta che si basava su altri due ingredienti principali dei quali gli italiani, parimenti, non potevano disporre.
Il primo di questi ingredienti fu l’ULTRA Intelligence, ovvero il servizio di decrittazione inglese che aveva sede nel villaggio di Bletchley Park, a metà strada tra Oxford e Cambridge. Si trattava di un’imponente organizzazione che, grazie a metodi matematici, rendeva possibile decrittare i radiomessaggi cifrati dalle forze dell’Asse. Grazie all’attività di ULTRA la flotta inglese poteva conoscere in anticipo gli ordini e i movimenti della flotta da battaglia italiana e dei convogli. Tutto ciò avveniva, chiaramente, senza che gli italiani, che usavano con cieca fiducia “Enigma”, una complessa macchina per trasmettere in cripto, se ne avvedessero. La seconda potente arma della quale gli inglesi ebbero la disponibilità fu la portaerei Formidabile, dalla quale decollarono i velivoli che silurarono la Vittorio Veneto e l’incrociatore Pola, dando l’avvio ad una serie di eventi che portarono alla catastrofica disfatta della squadra italiana.

IL TRADIMENTO
Nel dopoguerra prese piede la tesi che i fatti di Matapan ed insieme a questi tanti altri oscuri ed inspiegabili affondamenti di unità italiane, fossero da imputarsi, invece, a tristissimi episodi di tradimento. Erano troppi coloro i quali raccontavano di aver salvato la propria unità solo grazie al fatto di aver scelto di contravvenire agli ordini e di fare una rotta diversa da quella prefissata dai comandi superiori.
Ad avvalorare la tesi che a causare il disastro di “Matapan” fosse stato un episodio di tradimento, intervenne la testimonianza di un ufficiale imbarcato sul Pola il quale, al ritorno dalla prigionia, narrò di una circostanza veramente sconcertante. Salvato dagli inglesi dopo l’affondamento della sua unità a Matapan, era stato portato a bordo del cacciatorpediniere Jervis dove, affisso nel quadrato, aveva potuto leggere un ordine dell’ammiraglio Cunningham, datato 26 marzo, che preannunciava un’uscita delle navi italiane in Egeo. L’ufficiale italiano, di fronte a quel foglio affisso, aveva logicamente dedotto che se gli inglesi sapevano, il 26 marzo, dove sarebbero state le navi italiane due giorni dopo, non vi poteva essere che una spiegazione: un traditore li avvisava con molto anticipo dei movimenti italiani. Inoltre, la spia non poteva che essere qualcuno molto in alto e ai vertici della Regia Marina.
La tesi del tradimento, nell’immediato dopoguerra, fu sposata e tenacemente sostenuta da Antonino Trizzino, il quale in un suo famoso libro dal titolo “Navi e poltrone”, accusò di codardia e tradimento alti ufficiali della Marina e, non contento di restare sul vago, fece nomi e cognomi dei destinatari delle accuse.
Trizzino, denunciato, si ritrovò davanti a un tribunale a dover rispondere della pesante accusa di vilipendio delle Forze Armate. Condannato, fu poi assolto in appello. A quell’epoca Antonino Trizzino, i giudici che l’assolsero e chi continuava a gridare “al tradimento”, non potevano sapere del ruolo avuto da ULTRA negli affondamenti italiani. Gli inglesi erano stati bravissimi, non tanto a mettere in piedi l’intera organizzazione denominata ULTRA, ma quanto a tutelare il segreto circa la loro capacità di decrittare i messaggi nemici, forzando quella inespugnabile fortezza che gli italiani e i tedeschi reputavano fosse la macchina “Enigma”.
Come già detto sopra, grazie all’organizzazione ULTRA, la Marina Inglese potè farla da padrona nel Mediterraneo per tutto il corso della Guerra, essendo l’ammiragliato britannico in grado di sapere dove e quando avrebbe incontrato le navi italiane e potendo così decidere se e quando incontrarle. Di tale situazione ne furono vittime soprattutto gli equipaggi dei piroscafi impegnati sulle rotte per la Libia che subirono un’incredibile falcidia.

Se è vero che gli inglesi ebbero in ULTRA un prezioso alleato capace di fornire ogni genere di informazione sulla Marina Italiana è anche vero che è lecito presumere che questa non fu l’unica quinta colonna della quale poterono disporre nelle file italiane.
Le voci e le dicerie sui tradimenti sono state, nel tempo, tali e tante da indurre a credere che queste non siano state solo un banale espediente psicologico di chi ha perso la guerra per trovare una scusante alla sconfitta. È interessante riprendere a proposito, quanto si evince dai lavori di Alberto Santoni, secondo il quale i tradimenti di cui si favoleggiò nell’immediato dopoguerra non furono ne una favola, né una leggenda.
“Se l’ULTRA intelligence britannico, basato sulle decrittazioni dei messaggi cifrati, fu indiscutibilmente la causa di tante sorprese italiane a livello tattico – Scrive Santoni nel suo Volume “Da Lissa alle Falkland” (Mursia, 1987) – non si possono tuttavia chiudere gli occhi su alcune documentate trame, aventi invece obiettivi strategici e politici, messe in atto da dipendenti dello Stato, che decisero di puntare su ambedue i cavalli in pista,così da essere sicuri di trovarsi alla fine dalla parte del vincitore”

LA COMPRAVENDITA DELLA FLOTTA ITALIANA
Veniamo adesso ai fatti: a partire dalla fine del 1940 al Foreign Office di Londra incominciarono ad arrivare, da varie fonti, a livello internazionale, notizie riguardanti un crescente malcontento all’interno delle forze armate italiane che rischiava di trasformarsi in un vero e proprio crollo morale dell’Italia.
Al momento di entrare in guerra Mussolini, e con lui a tutti gli italiani, era convinto di prendere parte ad un conflitto la cui sorte era già decisa ampiamente a favore dei tedeschi.
Dovendo solo correre in aiuto del vincitore, il Duce aveva deciso di entrare in guerra impiegando al minimo le proprie forze armate, cosa che fede diramando ordini che erano improntati alla più rigida difensiva, per non dire attendismo.
Il 9 aprile 1940, nel corso di una riunione alla quale avevano partecipano il Maresciallo d’Italia Graziani, il Gen. di C.A. Soddu, l’Ammiraglio d’Armata Cavagnari e il Gen. d’Armata Aerea Pricolo, era stato il Maresciallo d’Italia Badoglio a prendere la parola, per illustrare agli intervenuti quali erano le direttive giunte dall’alto : “Il Duce mi ha detto che avrebbe emanato subito le Sue norme strategiche .Queste, in data 31 marzo u.s. sono, infatti, giunte il successivo 6 aprile. Voglio leggerle, nonostante che vi siano già note perché sono una messa a punto del momento attuale…(….)….Dunque difensiva e nessuna iniziativa sulle alpi occidentali. Ad oriente sorveglianza: in caso di collasso, approfittarne. L’occupazione della Corsica è vista come possibile ma non probabile: è contemplata la neutralizzazione delle basi aeree dell’isola. ….(….)…. Anche sulla fronte albanese dobbiamo sorvegliare Jugoslavia e Grecia. In Libia difensiva. Il rapporto tra le nostre forze e quelle avversarie è colà di 1 a 5… “
Il 5 giugno, poi, il Capo di Stato Maggiore Generale aveva riunito i capi di Stato Maggiore delle tre Forze Armate per informarli che il Capo del Governo aveva deciso, quale data per l’inizio delle operazioni, quella del 10 giugno. Lo scopo della riunione è anche quello di fare il punto della situazione e chiarire quali erano i principi ispiratori della guerra che ci si avviava a combattere o, meglio, a non combattere. Badoglio nel corso della riunione aveva ricordato che le disposizioni erano di: “ riservare le Forze armate e specialmente l’esercito e Aeronautica per avvenimenti futuri….Quindi stretta difensiva per terra e per aria in tutti i settori ”.
Alla fine del 1940, dopo appena sei mesi di guerra, era già evidente che la “difensiva per terra e per aria in tutti i settori” non era attuabile e pagante perché gli inglesi menavano dappertutto e menavano forte. Per alcuni passare da una guerra già vinta a una guerra da combattere, il colpo era stato duro e di qui al crollo morale il passo breve.
Venuti a conoscenza della infelice situazione del morale di alcuni settori delle Forze Armate italiane, gli inglesi decisero di approfittarne varando un’interessante operazione segreta.
Il progetto prese avvio dalla rappresentanza diplomatica inglese a Stoccolma da dove L’ambasciatore Mallet, coadiuvato dall’addetto navale H. Denham, comunicò a Londra un progetto che poteva sembrare pazzesco, ma che valeva la pena di tentare. Il piano di Mallet aveva un ambizioso obiettivo: la possibilità di ottenere la resa della flotta italiana o, quanto meno, una sua partecipazione ridotta agli avvenimenti bellici.
A prendere i contatti con i traditori italiani, per conto degli inglesi, sarebbe stato un ingegnere svedese. Si trattava di J. H. Walter il quale sembrava essere il più adatto a tale incarico, non solo perché negli anni precedenti alla guerra aveva avuto contatto con la Marina italiana per l’acquisto da parte svedese di alcune navi, ma anche perché aveva i requisiti di carattere che lo rendevano idoneo alla delicata missione che gli inglesi intendevano affidargli.
Il progetto, dopo un ciclo di incontri che si tennero a Londra nel novembre-dicembre dello stesso anno, incontrò il favore dell’Ammiragliato, del War Office e dello stesso Churchill. All’agente svedese sarebbe stata corrisposta la cifra di 50.000 corone per la sua attività.
Nel Gennaio Febbraio 1941 l’ing. J. H Walter arrivò in Italia per prendere i necessari contatti e presentare l’offerta inglese la quale, oltre a prevedere un adeguato trattamento per gli equipaggi che si fossero decisi alla resa, contemplava anche la possibilità di recuperare le famiglie dei traditori.
In marzo, dopo aver avvicinato i suoi “amici” italiani, Walter facendo un largo giro attraverso al Jugoslavia fece rientro in Svezia dove riferì in merito agli accordi presi.
Circa la Missione dell’ingegnere svedese in Italia, scriverà l’ottimo Alberto Santoni:”Confermò di aver contattato in Italia gli ammiragli Cavagnari, Riccardi e Parona, di aver avuto notizia di un possibile triumvirato tra lo stesso Cavagnari, Grandi e Badoglio per rovesciare Mussolini e di avere aperto un canale di trattative sulla base delle istruzioni avute dall’Ammiragliato inglese e di controproposte dei dissidenti italiani. Questi ultimi in definitiva chiedevano una somma di denaro, pagabile a cose fatte , per ogni tipo di nave che si fosse arreso”
In parole povere, era stato stabilito un vero e proprio prezzario che prevedeva il pagamento di 300.000 dollari per una corazzata, 60.000 dollari per un incrociatore pesante, 50.000 dollari per un incrociatore leggero, 30.000 per un cacciatorpediniere e così via. Oltre al pagamento per ogni singolo pezzo era stata, inoltre, richiesta dagli aspiranti disertori italiani un deposito di 600.000 dollari una tantum in una banca americana il cui 15% doveva essere subito disponibile per l’assistenza alle famiglie dei traditori.
Nei primi mesi del 1941 gli inglesi comunicarono ai loro contatti in Italia ulteriori dettagli del loro progetto. Oltre ad offrire una pace che non fosse punitiva per l’Italia a fine guerra, prospettarono la creazione di una colonia “libera” di antifascisti, in Cirenaica, dove avrebbero potuto trovare rifugio tutti i dissidenti antifascisti appartenenti alla Regia Marina e le loro famiglie. Nei porti della “libera colonia” nordafricana avrebbero potuto essere ormeggiate tutte le navi sottratte al Governo di Roma e consegnatesi agli inglesi. Sia chiaro che il piano non prevedeva necessariamente che le navi italiane passassero dalla parte degli inglesi, ma bastava anche solo che rinunciassero a combattere.
Come è noto, il progetto inglese non andò in porto anche se il Foreign Office, nel giugno luglio 1941, tentò di riaprire le trattative tramite l’ambasciata in Svezia che avrebbe dovuto comunicare ai propri contatti italiani che la proposta di “compravendita era ancora valida”.
A far fallire la trattativa intervennero i servizi segreti dell’Asse che dovettero mangiare la foglia ed attivarsi per evitare che il piano inglese giungesse a compimento. A ciò si aggiunse il fatto che la polizia svedese arrestò l’ing. J.H. Walter con l’accusa di aver svolto, nel neutrale territorio svedese, attività spionistica contro l’Italia e a favore della Gran Bretagna. L’agente al servizio degli inglesi non solo, nell’aprile del ’43, fu riconosciuto colpevole di fatti ascrittigli e condannato ad un anno di lavori forzati ma, avendo presentato riscorso, nel successivo gennaio ’44, si vide la pena elevata a due anni di lavori forzati.
Comunque, il solo arresto dell’ing. Walter non fermò le trattative con gli italiani che, anzi, furono continuate attraverso intermediari “esclusivamente italiani”, tanto che il 31 gennaio 1943 al Foreign office, venne trasmessa una nota a firma del Colonnello Bordeaux dell’Intelliggence Service che comunicava: “Abbiamo ricevuto recentemente dei rapporti segnalanti che alcuni membri della Marina Italiana sono dissidenti e che tale disaffezione può essere accresciuta e resa produttiva con la corruzione o, in ogni caso, fornendo il denaro necessario per i dipendenti degli uomini coinvolti. A tal proposito abbiamo anche saputo che il denaro per tale impresa veniva raccolto in Italia da due persone…”

L’operazione di tentata “compravendita” delle navi italiane così come è stata descritta dal Santoni nel suo citato libro e da me riportata, trova puntuale conferma nel libro “Inside The Nazi Ring”, edito a Londra nel 1984, volume che riporta le memorie dell’allora addetto navale a Stoccolma H. Denham. Il comandante Denham, da pag. 132 a pag 140, occupa un ampio spazio del volume nel rievocare le trattative di cui si è detto dando conferma del “complotto per acquisire unità da guerra italiane” e del ”tentativo di comprare navi da guerra italiane”, entrambi effettuati in seguito al “riferito desiderio italiano per una resa navale”.

IL DUBBIO
A questo punto sorge, ed è lecito che sorga, il dubbio sull’attendibilità delle fonti circa i fatti sopra raccontati e riguardanti la vergognosa “compravendita” delle navi italiane . D'altronde, reputo che il dubbio, per chi si occupa di storia, debba essere una sorta di professione di fede.
E’ da evidenziare come le fonti a cui si è fatto riferimento non siano imparziali ma sono, invece, chiaramente di parte, in quanto provengono da una sola parte: quella inglese.
H. Denham è un ex ufficiale della Marina Britannica e l’ottimo Santoni, nelle sue pubblicazioni, fa esclusivamente riferimento a fonti archivistiche provenienti dal P.R.O. – Public Record Office – di Kew Gardens, Londra.
Gli inglesi nei confronti degli italiani non hanno mai brillato per garbo e cortesia ma hanno, invece, spesso dimostrato malanimo e potrebbero aver riportato i fatti in maniera non veritiera o quanto meno distorta. I documenti esistenti presso il P.R.O. potrebbero essere genuini, ma non veritieri. Nel senso che, pur essendo autentici da un punto di vista formale, potrebbero contenere dei falsi ideologici. Chi mai, per esempio, potrà assicurarci che l’ing. J. H. Walter ebbe effettivamente i contatti italiani che riferì di aver avuto e che, invece, non relazionò ai suoi committenti britannici il falso solo per estorcere agli inglesi il premio di 50.000 corone che gli era stato promesso?
Certo il Denham, nel suo volume “Inside the Nazi Ring”, è prodigo di elogi nei confronti dell’ing. Walter, evidenziandone la capacità e la totale attendibilità, ma Denham, come detto, è sempre una fonte di parte..

D’altro canto, è da dire che se il dubbio sui fatti narrati è quanto meno lecito è pur vero che le testimonianze e i riferimenti ai presunti tradimenti di qualche “pezzo grosso” della Regia Marina sono state poi, nel tempo, numerose. L’ammiraglio E. Zacharias, del servizio Segreto Navale U.S.A. nel suo “Secret Mission . The Story of an intelligence officer”, edito a New York nel 1947, riferisce dei “contatti con vari elementi dissidenti dei più alti ranghi della Marina italiana e attraverso questi preparavamo la resa della flotta.”
Come se non bastasse l’affermazione di Zacharias, che comunque è americano, si può far riferimento a quanto scritto dall’amm. Franco Maugeri che nel corso del conflitto fu a capo del Servizio informazioni della Marina. Il Maugeri nel suo volume “From the ashes of disgrace” edito a New York nel 1948, afferma:”L’Italia era piena di inglesi e di italiani amici e simpatizzanti per la Gran Bretagna, soprattutto per l’aristocrazia. Io dubito che esistessero molte spie in Italia: essi non ne avevano davvero bisogno. L’ammiragliato britannico aveva abbondanti amici tra i nostri ammiragli anziani e nello stesso Ministero Marina. Sospetto che gli inglesi fossero in grado di ottenere genuine informazioni direttamente alla fonte. In questo caso non c’era bisogno di spendere denaro e sforzi per avere un esercito di agenti segreti scorazzanti per i fronti a mare di Napoli, Genova, Taranto e La Spezia”

Nella diatriba che esiste tra chi sostiene la tesi del tradimento nella Regia Marina e chi invece non la condivide affatto, oppure sostiene che, pur essendovi stati dei traditori il peso di questi non fu determinate per la sconfitta finale, si potrebbero apportare centinaia di documenti e di testimonianze senza però riuscire a giungere ad una conclusione che metta tutti d’accordo.

A tagliare la testa al toro c’è, a mio avviso, un elemento inoppugnabile ed è l’articolo 16 del trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e pubblicato poi sul supplemento alla Gazzetta Ufficiale del 24 dicembre 1947 n 295. L’articolo in questione testualmente cita “L’Italia non incriminerà né in altro modo molesterà i cittadini italiani compresi i componenti delle Forze Armate (nel testo ufficiale in francese è scritto : “soprattutto i componenti delle Forze Armate” ) per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle potenze dell’Alleate o Associate o di aver svolto azione a favore della causa stessa durante il periodo tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato”
Non c’è bisogno di grossa esperienza giuridica per sapere che se esiste una legge che sanziona un comportamento delittuoso è perché c’è anche colui il quale quel comportamento delittuoso lo pone in essere. Parimenti avviene se c’è una legge che discrimina e tutela chi compie un atto illecito. Quindi la norma, che sia punitiva o discriminante, è di per se stessa indice del fatto che esistono coloro i quali pongono o hanno posto in essere un’azione delittuosa.
La sola esistenza del famigerato articolo 16, a suo tempo voluto dagli inglesi, è la prova inoppugnabile delle avvenute “simpatie” per il nemico, ma chi prova simpatia per il nemico non può che avere un nome: “traditore”.
Quindi, ci fu sicuramente chi tradì, vendendo al nemico la propria Patria e la vita degli uomini alle sue dipendenze.
Per quanto riguarda poi l’affare della “compravendita delle navi”, i fatti sopra riportati possono convincere o meno il lettore e ognuno, dopo aver letto quanto da me riferito, si farà l’idea che meglio crede.
Altro fatto è, invece, l’art. 16 che testimonia in modo inoppugnabile come la mano di caino colpì alle spalle i fanti in trincea e gli uomini in mare della Regia Marina.
Avendo citato Maugeri, e volendo concludere con una chicca, non si può non riferire che questi a fine conflitto ricevette dagli U.S.A un’alta decorazione con la seguente motivazione ”Per la condotta eccezionalmente meritoria nella esecuzione di altissimi servizi resi al Governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano”.
Nell’immediato dopoguerra Pietro Caporilli portò avanti una battagliera campagna contro i presunti traditori, riuscendo a farsi querelare da Maugeri che aveva accusato di aver avuto “intelligenza con le potenze con le quali l’Italia era allora in guerra…anteriormente all’otto settembre 1943”.
Ebbene, Caporilli, dal processo che ne seguì e che si concluse con una sentenza confermata dalla Corte di Cassazione a Sezioni riunite, non venne condannato.

Daniele Lembo

 



01/08/2009


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