STORIA 2011
 

Da Madama Butterfly a Hiroshima


Origini e sviluppo dello scontro tra Giappone e Stati Uniti


Di Pietro Sella



VI CAPITOLO: LA POLITICA INTERNAZIONALE E I SUOI RIFLESSI SULL’<INCIDENTE> CINESE – A SUD OLTRE LA GRANDE MURAGLIA.




Il nuovo assetto dato alla regione è il primo chiaro esempio del rifiuto da parte giapponese di accettare la soffocante cappa che le potenze imperialiste impongono, oltre che alle loro colonie anche alla Cina, nominalmente libera, sottoposta in realtà al pieno controllo delle banche e delle multinazionali dell’Occidente.


Si parla sempre più in Giappone di dottrina Monroe per l’Asia, ossia di Asia agli Asiatici. Una politica orientata in questo senso non può che essere gestita dai militari, i quali godono nel Paese di una popolarità assoluta. All’espansione nazionale guardano infatti fiduciosi tutti quanti aspirano ad una maggiore giustizia sociale, tanto sul piano internazionale che su quello interno. In questa nuova temperie, la quota del bilancio destinata alle forze armate sale al 50%. La marina denuncia nel 1934 il trattato di Washington e, l’anno successivo, la delegazione nipponica si ritira dalla conferenza navale di Londra.


Il riarmo è ormai una scelta precisa. Ma se lo scontro con gli USA e le potenze coloniali europee che avrà per scenario le isole e le grandi distese d’acqua del Pacifico appare ancora lontano, più incombente sulle posizioni continentali del Giappone è la minaccia comunista. L’ideologia marxista, grazie alle strutture locali del Partito comunista, organizzate e finanziate dall’Unione Sovietica, e ai Fronti Popolari, coalizioni democratiche ed antifasciste egemonizzate dai comunisti, è infatti diffusa in ogni paese dell’Asia.


Tenuto anche conto della presenza dell’Armata Rossa ai confini coreano e mancese – il Manchukuò per gran parte del suo arco terrestre era circondato da territorio sovietico e dalla Mongolia sovietizzata – il Giappone punta a creare una sua zona d’influenza, una specie di cordone sanitario, tra Russia e Cina.


La strategia nipponica per attuare questo piano, visto che con la Russia si vuole evitare il casus belli, è quella di espandersi a sud a spese della Cina cercando di dar vita ad amministrazioni locali secessioniste in funzione di stati cuscinetto tra il Manchukuò e i territori controllati da Nanchino dal governo del Kuomintang.

Le operazioni politico-militari dei giapponesi tese a questo obiettivo, si susseguono senza sosta. Nel 1933 è invasa la provincia dello Jehol, ai confini con la Mongolia interna. Nel maggio dello stesso anno, con una tregua siglata a Tangku, il Giappone ottiene la demilitarizzazione di una larga fascia di territorio cinese a sud della Grande Muraglia.


L’Esercito nipponico è ormai alle porte di Pechino.


Ma altre regioni, sempre nel nord della Cina, si trasformano in regimi satelliti di Tokyo e accettano di escludere dal loro territorio l’autorità del Kuomintang e il suo esercito. E’ così nel 1935 per le regioni dell’Hopei sulla costa, e per il Chahar, parte della Mongolia interna a ridosso dello Jehol, dove il governo è assunto da un “Consiglio autonomo” nel quale dominano elementi filogiapponesi come il sindaco di Pechino Sung Che-yuan. Nel novembre del 1936 – artefice dell’operazione è il generale giapponese Doihara Kenji – nasce in Mongolia uno Stato tartaro il cui esercito, al comando del principe Teh, con istruttori, carri ed aerei nipponici, invade la provincia cinese dello Suiyan.


Degno di nota, ed essenziale per comprendere gli sviluppi della politica di Tokyo, appare il fatto che l’attività espansionistica dei Giapponesi non susciti reazioni di rilievo da parte delle forze armate del governo di Nanchino.


Questo regime, che si regge sui militari vicini a Ciang Kai-schek e su quei Signori della Guerra che pur di conservare localmente il potere sono aperti a qualsiasi trasformismo, teme, affrontando con decisione i Giapponesi, di indebolirsi troppo nei confronti dei comunisti. Costoro, sotto la pressione delle “purghe” di Chiang, erano passati alla clandestinità e, nello Shaanxi, una regione del nord lontana dalla costa e dalle grandi vie di comunicazione dove si erano rifugiati con una lunga marcia di 10.000 chilometri, avevano addirittura dato vita ad un loro governo.


Nello stesso Kuomintang era del resto assai forte una corrente, quella socialmente più avanzata, guidata da Wang Ching-wei, la quale riteneva prioritario scrollarsi di dosso l’influenza degli imperialisti occidentali e necessario a tal fine aprire una trattativa coi Giapponesi, nel chiaro intento di risolvere in ambito asiatico le questioni aperte tra i due Paesi.


Un rovescio militare dei governativi contro i Giapponesi rischiava quindi di rimettere in gioco tanto i ribelli comunisti quanto l’opposizione del Kuomintang.



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A livello più generale prendono intanto corpo gli schieramenti destinati a contrapporsi nel secondo conflitto mondiale.


Nessuna questione pratica divide innanzitutto le potenze totalitarie in quanto Germania e Italia non hanno in Asia orientale né colonie, né rilevanti interessi commerciali. Italia, Germania, Giappone si trovano per di più a fronteggiare gli stessi avversari: da un lato le potenze imperialiste baluardo del grande capitale, dall’altro la Russia cui fanno capo tutte le attività eversive del comunismo.

Nel dicembre 1936 il Giappone – il negoziato è condotto non dal ministero degli esteri, ma dai militari – firma con la Germania il Patto Anticomintern. All’accordo, nato in funzione di difesa contro il comunismo, aderiscono via via anche quelle nazioni che sono venute a trovarsi in rotta di collisione con la Società delle Nazioni e coi suoi sponsor occidentali: in Europa l’Italia coi Paesi minori dell’Asse, in Asia il Manchukuò.


Nel fronte opposto è intanto in crescita l’ostilità delle democrazie nei confronti dei regimi fascisti, i quali riscuotono la simpatia dei popoli oppressi del mondo e proprio a causa di ciò sono considerati destabilizzanti. In tutto l’Occidente si rafforzano e si impongono quelle correnti che chiedono la fine della politica di appeasemant, di apertura verso la Germania, gestita fino a quel momento dal britannico Chamberlain, e spingono per il riarmo e per la guerra. E’ questa la scelta di chi vede progressivamente calare nelle masse popolari europee il consenso verso la democrazia e, per altro verso, si rende conto che il nazionalsocialismo non è bestia addomesticabile.


Per schiacciare il nemico le plutocrazie non esitano a stringere accordi coi comunisti. In Francia l’ebreo Blum è al potere con un Fronte Popolare. In Spagna la parola è già alle armi e lo schieramento non lascia dubbi. Coi “nazionali” si battono Italiani e Tedeschi, a fianco dei comunisti sono presenti Francesi, Inglesi, Americani e Russi. Tra le Brigate Internazionali – armate grazie ad una sottoscrizione mondiale dei sindacati comunisti – ce n’è una ebraica forte di 3.000 uomini.


Questa dell’intesa tra democrazie e comunismo è una politica che condurrà al dispiegarsi su scala mondiale della piovra marxista con conseguenze tragiche per centinaia di milioni di europei e di asiatici. Il disastro è largamente prevedibile, ma è il prezzo che gli occidentali accettano di pagare pur di impedire il consolidarsi dei regimi fascisti  e scongiurare più in generale l’avvento del nuovo.


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Tale strategia è valida ovviamente anche per l’Estremo Oriente. Ecco infatti nel 1937, il Kuomintang, pur continuando a restare legato alla borghesia agraria e a quel mondo finanziario e imprenditoriale che gravita attorno agli interessi del capitalismo angloamericano, riavvicinarsi alla fazione comunista. Questa aveva a sua volta ricevuto da Mosca le necessarie, accomodanti e complementari direttive. Le stragi di Shanghai e i lunghi anni di guerriglia sembrano dimenticati ed è stretta anzi, tra governativi e comunisti, un’intesa in funzione antinipponica.


Il decennio di Nanchino è ormai alle spalle.


L’ambizione, l’avidità e l’opportunismo della dirigenza cinese, di Chiang Kai-schek in particolare, sono cosa nota; non deve meravigliare perciò il pronto adeguarsi del governo cinese ai desideri dei poteri forti dell’Occidente: l’educazione del “generalissimo”, e i personaggi dai quali era circondato, non potevano spingerlo su posizioni diverse.


Come accadrà alla fine dell’ultimo conflitto, quando molti in Europa riterranno conveniente abbracciare il credo democratico dell’occupante (altri, sbagliando i loro conti, getteranno il fascismo alle ortiche in epoca a noi più vicina) così in Cina quegli eventi che a cavallo del secolo avevano visto l’Impero e la sua cultura messi in ginocchio dai colonialisti occidentali, consigliano i burocrati e la classe colta a scimmiottare le idee e i costumi dei vincitori.


Le ragioni del successo degli stranieri sono individuate e riassunte nel trinomio industria, democrazia, cristianesimo. E sono proprio gli effetti del proselitismo cristiano a produrre alla Cina i danni più profondi. Non tanto per il numero dei convertiti, che sul totale della popolazione è in verità assai modesto, quanto perché i cristiani, nell’ambito delle categorie che contano – mondo intellettuale, burocrazia, esercito – hanno un peso decisamente rilevante, e perché la loro formazione culturale è opera di missionari statunitensi. Sono centinaia le scuole, i collegi, gli istituti di specializzazione che gravitano nell'orbita protestante e diffondono negli allievi cinesi un’ideologia totalmente estranea alla mentalità cinese. Passati dalle scuole e dalle università alla società civile, questi cristiani costituiscono nel Paese una sorta di massoneria che, collegata alla diplomazia americana (1), opera sui propri connazionali come punta avanzata dell’influenza straniera.


La diffusione in Cina della religione, del pensiero e dei costumi occidentali è agevolata dai privilegi goduti dai missionari e dagli insegnanti americani, i quali continuano ad approfittare dei diritti di extraterritorialità carpiti a suo tempo alla Cina con trattati ineguali. Ai cinesi che frequentano le chiese e le istituzioni culturali ad esse collegate è esteso il trattamento di favore riconosciuto agli stranieri.


Tanto utile ai fini dell’imperialismo statunitense è il condizionamento delle menti cinesi messo a punto dietro la cortina fumogena della cultura e della solidarietà, che gli aiuti per le missioni e per le scuole cristiane affluiscono copiosi dalle laicissime fondazioni americane, Rockefeller in testa.


E’ una tipologia umana, quella del collaborazionista cristiano, che viene replicata da un frenetico dinamismo organizzativo. I centri che maggiormente si distinguono nella bisogna sono l’Università Yenking di Pechino, la cui sede legale è a New York negli USA, e l’Università Nankai, diretta da Ciang Po Lin, un cristiano formatosi al collegio per insegnanti della Columbia University.


La rete di queste istituzioni educative si rafforza a partire dal 1925, quando il governo americano decide con squisita generosità di reinvestire in Cina le somme annualmente versate dalla Repubblica cinese a titolo di risarcimento per i danni provocati dalla rivolta dei Boxer (2). Questa penale, stabilita nel 1900 a carico della nazione cinese, sarà puntualmente pagata agli Americani, attraverso una comoda rateizzazione comprensiva degli interessi, fino al 1940.


I Cinesi dunque, per essere indottrinati e fornire di anno in anno i rincalzi a una classe dirigente gradita a chi comanda in casa loro, pagano di tasca propria.


Della gestione in Cina del denaro cinese si occupa – da New York – la China Foundation for Education and Culture.


Chiang Kai-schek, cristiano metodista, è il degno campione di questi cinesi al servizio degli Occidentali. Determinante per la sua carriera è l’incontro con Mei-ling che sarà sua moglie e che lo introduce nella famiglia dei Sung, i veri padroni negli anni ’30-’40 della Cina. Figli di un emigrato negli USA rientrato in Patria per abbinare all’attività di missionario cristiano uno sfrenato affarismo, i fratelli Sung assumono il ruolo di fiduciari del sistema bancario statunitense per il commercio nei porti cinesi.


Proprietari di case editrici e giornali, ma soprattutto delle quattro maggiori banche cinesi con funzione di banca centrale e di istituto di emissione, i Sung condizionano puntualmente l’attività del Kuomintang e del governo. Saranno appannaggio della famiglia il ministero degli esteri e, senza interruzioni, fino al 1945 – in mano al marito di una Sung, Ai-ling – quello delle finanze.


La moglie di Chiang, cristiana ed educata negli USA come i fratelli, ha imparato il cinese solo al suo rientro da quel paese, veste all’americana e, ad un’amica, scrive: “L’unica cosa che ho di orientale è il viso” (3). Per la sua estrazione culturale, Mei-ling è particolarmente adatta a condurre, in Europa e negli USA, missioni politico-mondane finalizzate a convincere l’opinione pubblica delle varie nazioni di quanto il popolo cinese fosse grato all’Occidente per il suo aiuto, e quanto fosse necessario che questo non venisse meno.


La più anziana delle sorelle Sung, Ching-ling, vedova del cristiano Sun Yat-sen, già primo presidente della Repubblica cinese e del quale Chiang Kai-shek era stato il braccio destro, tiene intanto i contatti col “nemico” comunista e va e viene da Mosca.


Completano l’entourage di Chiang il generale David Kung, anch’esso cristiano, comandante dell’armata del sud-ovest e già cadetto all’accademia militare americana di West Point, e il segretario personale del “generalissimo”, l’ebreo australiano Morrison Abraham Coen, mimetizzato nell’ambiente cinese sotto l’esotico pseudonimo di Moe Choe.



A SUD OLTRE LA GRANDE MURAGLIA


L’intesa tra filo-occidentali e comunisti è un segnale di grande pericolosità  che i Giapponesi non possono ignorare. Una Cina dominata da democratici e marxisti non riuscirà mai a liberarsi dei condizionamenti esterni ed è quindi destinata ad essere, per l’intera Asia, un grave fattore di disgregazione.


La contromossa nipponica per ripristinare la equivoca, ma funzionale situazione precedente è semplice: battere sul campo le forze della coalizione demo-sovietica, farne cadere il governo, accordarsi coi successori.


Uno scontro armato tra reparti nipponici e cinesi, che si verifica il 7 luglio ’37 al ponte Marco Polo presso Pechino, è la scintilla che fa scattare il piano dei Giapponesi. Ed è presto guerra totale anche se ufficialmente il conflitto non sarà mai dichiarato. Per i Giapponesi la guerra resterà sempre “l’incidente” cinese.


Già nel primo mese di operazioni Pechino è occupata, mentre nel meridione la campagna si sviluppa con operazioni anfibie.


Particolare importanza assume la battaglia alla foce dello Yang Tse per il possesso di Shanghai, nella cui concessione internazionale era da anni presente una robusta guarnigione nipponica. Mentre una serie di sbarchi avvolgenti chiude la città verso terra, una squadra navale – sono presenti tre portaerei con 102 velivoli – e i reparti di fanteria di marina nipponici bloccano ogni via d’uscita verso il mare.


Caduta Shanghai, i Giapponesi nel mese di novembre risalgono il fiume, per investire Nanchino, la capitale. I Cinesi, dopo duri combattimenti, sono costretti a ritirarsi e a spostare il governo a Wuhan.


Occupata dai Giapponesi nell’autunno del 1938 anche la nuova capitale, che nonostante i roboanti proclami del Kuomintang non viene neppure difesa, Chiang Kai-schek fissa la sua sede ancora più all’interno, a Ciungking, nello Sizhuan, alla confluenza dello Yang Tse col lo Jaling.


L’occupazione sulla costa della Cina dei porti principali intanto prosegue. Cade Canton nei pressi di Hong Kong, contingenti giapponesi sbarcano sull’isola di Santsao a sud di Macao. E’ occupata all’estremo sud, in ottima posizione strategica nel golfo del Tonkino di fronte all’Indocina francese, anche la grande isola di Hai Nan.


Il regime del Kuomintang a questo punto è duramente provato, ha perso quasi la metà delle proprie forze armate e quel che rimane non è in grado di svolgere azioni offensive. Il blocco delle coste cinesi è totale.


L’appoggio esterno delle forze antinipponiche, le uniche in grado di arrestare l’avanzata di Tokyo, non si fa però attendere. Né gli Occidentali né la  Russia comunista si preoccupano della libertà della Cina: i primi vogliono conservare nel disgraziato Paese il potere economico; la Russia, dal canto suo, calcola, con un modesto impegno in Cina, di tener lontane dalla Siberia le ambizioni espansionistiche del Giappone.


Gli USA concedono ai Cinesi larghi aiuti economici e organizzano, con uomini reclutati e pagati dai “servizi”, una forza aerea, le “tigri volanti” al comando del generale Chennault, destinata con un ponte aereo a vanificare il blocco imposto dai nipponici alle coste cinesi.


I mercenari americani fissano la loro base a Kumming, capitale dello Yuannan, una regione all’estremo sud-ovest della Cina, al confine tra Birmania e Tibet.


Quanto ai missionari la loro attività si adegua alla mutata situazione: assistono i Cinesi di Chiang Kai-schek e favoriscono l’espatrio in India di quegli elementi adatti ad essere addestrati e arruolati. Di questa altruistica, edificante attività è rimasta abbondante traccia nella letteratura e nella cinematografia USA. E’ l’avvio della propaganda di guerra.


Dalla Birmania gli Inglesi forniscono via terra abbondante materiale bellico. Aiuti giungono ai Cinesi anche dall’Indocina francese.


Particolare rilievo assumono i rinforzi aerei. Dall’Inghilterra arrivano 36 Gloster Gladiator, dagli USA 69 aerei scuola, dalla Francia 24 Dewoitine, i primi aerei da caccia con cannoncino da 20 millimetri. Ma è l’Unione Sovietica a dare il contributo maggiore: ben 255 aerei da combattimento moderni, con 450 tra piloti, tecnici e istruttori. Una formazione di 28 di questi aerei, il 23 febbraio del ’38, compie addirittura un’incursione sugli aerodromi nipponici di Formosa.


Oltre agli aerei, i Russi, attraverso una nuova camionale di 3.000 chilometri che, staccandosi dalla Transiberiana, attraverso Urumchi e Lanchow giunge a Sian, assicurano un flusso continuo di materiali ed armi, in particolare le preziose batterie contraeree. E’ un aiuto che si interromperà solo con l’attacco tedesco del giugno 1941.


L’appoggio degli Occidentali e dei comunisti ottiene lo scopo voluto: i cinesi si rendono conto che prima o poi il Giappone dovrà fare i conti direttamente con le grandi potenze. E’ questo il motivo per cui Chiang Kai-schek tiene duro e respinge la proposta di Wang Ching-wei di scendere a patti coi Giapponesi.


Politicamente fuorigioco a Chungking, l’oppositore di Chiang decide di muoversi in autonomia. Invitato a tenere una conferenza all’accademia militare di Kumming, non gli è difficile far mutare destinazione all’aereo che gli era stato messo a disposizione e ripara ad Hanoi, nell’Indocina francese. Da qui, nel 1939, rientra a Shanghai dove raggiunge un accordo coi Nipponici. Il 30 marzo del ’40 è a Nanchino, dove lo troviamo alla testa del nuovo governo centrale della Repubblica cinese che si prefigge di lavorare a fianco dei Giapponesi per liberare l’Asia dal colonialismo e dal marxismo.


Wang Ching-wei, che sarà ospite dei Giapponesi a Tokyo, dove siederà alla tavola dell’Imperatore Hiro Hito, finirà per dichiarare guerra agli anglo-americani. Nel 1944 il governo collaborazionista di Nanchino metterà a disposizione dei Nipponici un esercito di quasi mezzo milione di uomini. Costoro, coi loro generali e con le loro armi, provenivano direttamente dalle file del Kuomintang. Il fenomeno delle diserzioni (12 generali nel 1941, 15 nel 1942, 42 nel 1943) fu dunque rilevante, ma i generali che passavano ai Giapponesi agivano con la tipica, opportunistica mentalità del Signore della Guerra. Nessun ideale poteva spingerli a battersi a fondo; nessuno di loro voleva rischiare sul campo quel capitale di uomini e di mezzi bellici che consentiva di avere voce in capitolo, di arricchirsi, e di attendere in buone condizioni la possibilità di nuovi proficui voltafaccia.


SE è certo che nessun reale cambiamento poteva nascere su queste basi, mettendo invece da parte i politici ed i militari legati alle superpotenze e accettando la guida e l’esempio nipponici, la Cina avrebbe potuto risolvere, a miglior prezzo e con decenni di anticipo, i suoi problemi. Al popolo cinese sarebbero stati evitati il dramma della guerra civile, le disastrose improvvisazioni industriali e agricole del maoismo, per non parlare delle avvilenti, infantili e crudeli farse della “rivoluzione culturale” e del “libretto rosso”.


Un approfondito esame della situazione mondiale convince a questo punto i Giapponesi che impegnare contro la Cina tutto il loro potenziale bellico li avrebbe condotti ad affrontare impreparati quegli appuntamenti che la situazione europea mostra in rapida, pericolosa maturazione.


Restare alla finestra conviene anche ai Cinesi. Essi non hanno i mezzi militari necessari per una controffensiva, ma soprattutto non si fidano dei comunisti, l’alleato che è stato loro imposto dall’esterno. I politici e i militari che dovrebbero battersi contro i Giapponesi rimangono pertanto inattivi, godendosi, in un’atmosfera di intrighi e di corruzione, i “pacchi dono” e lo “stipendio” dei capitalisti occidentali.


Da questo momento la guerra si blocca sulle posizioni raggiunte. I Giapponesi si limiteranno a bloccare le vie di rifornimento degli eserciti del Kuomintang e a controllare la guerriglia comunista. L’attività militare vera e propria si ridurrà per anni alle cosiddette “offensive del riso” scatenate dai Nipponici per impadronirsi dei raccolti e sfamare le proprie truppe senza pesare sulle risorse della madrepatria.


La soluzione del conflitto cino-giapponese è rimandata a quello scontro più vasto che è ormai nell’aria.



Note

  1. Gli Americani affidarono frequentemente mansioni consolari o diplomatiche a missionari o a ex missionari. L’ultimo ambasciatore americano nella Cina di Chiang, il dottor Leighton Stuart, era stato negli anni ’30 un eminante missionario. Due missionari interferirono in modo assai equivoco con un “loro” progetto persino nelle trattative nippo-americane che precedettero Pearl Harbor.

  2. E’ il caso di rilevare che nella vicenda dei Boxer i maggiori danni furono sopportati proprio dai Cinesi. Penetrate in Pechino, le forze multinazionali al comando del “maresciallo mondiale” von Waldersee si abbandonano per diversi giorni al sacco più sfrenato. Ma ecco la testimonianza di un reduce da quei “gloriosi” eventi: “Dopo averli saccheggiati bruciammo tutti gli edifici, distruggendo come vandali cose di gran valore. Potete appena immaginare la bellezza e la magnificenza di quei palazzi. Faceva male al cuore bruciarli, ma erano così grandi e noi eravamo così stretti nel tempo che ci era impossibile saccheggiarli con cura" Cfr.”M. Valli, Avvenimenti in Cina nel 1900 e l’azione della R. Marina, Milano 1905, pag. 112.

  3. Cfr Bruno Zoratto, Soong Mei-ling la “pasionaria” cinese, Schena Editore, pag. 24.


ARTICOLO TRATTO DA L’UOMO LIBERO N. 42 ANNO XVII DICEMBRE 1996

01/09/2011


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