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STORIA 2011
Da Madama Butterfly a Hiroshima
Origini e sviluppo dello scontro tra Giappone e Stati Uniti
Di Pietro Sella
ARTICOLO TRATTO DA L’UOMO LIBERO N. 42 ANNO XVII DICEMBRE 1996
VII CAPITOLO: PRELIMINARI DELLA GUERRA NEL PACIFICO.
Se, come abbiamo già visto, il suo ruolo in Asia è senza dubbio quello di protagonista, ciò non è tuttavia sufficiente a spiegare perché il Sol Levante venga a trovarsi coinvolto nel conflitto mondiale.
Per comprenderlo occorre rifarsi agli eventi europei. E questi furono a loro volta convogliati verso un drammatico, sanguinoso sbocco dall’azione di una potenza extraeuropea, gli Stati Uniti, che vi interferirono sia con prese di posizione o azioni dirette, sia condizionando col loro peso economico, industriale e militare le mosse di alleati e avversari.
A spingere gli USA su questa strada fu il fallimento del New Deal rooseveltiano. Quella politica, escogitata a partire dalla crisi del ’29, non era riuscita né a far tornare la produzione su livelli accettabili, né a ridurre il numero dei disoccupati i quali, nell’estate ’39, superavano ormai gli 11 milioni. I politici e il grande capitale puntano dunque sulla guerra per uscire finalmente dalla recessione.
Ma quale guerra? L’ideale per dare sfogo a tutto il gigantesco potenziale produttivo USA è un conflitto da combattere contemporaneamente sui due oceani, l’Atlantico e il Pacifico. Ecco dunque la Repubblica stellata uscire dal suo isolamento e giocare tanto sul tavolo europeo, quanto, come ormai ci è noto, su quello asiatico.
Sono gli USA insomma a dare carattere mondiale a una guerra che senza di loro non sarebbe uscita, né in Europa né in Asia, dalle dimensioni dello scontro regionale. E’ la loro interessata intransigenza ideologica che ravviva e collega tra di loro i focolai accesi dalle ostilità tra Germania e Polonia e tra Giappone e Cina.
La strategia di Roosevelt fu in un primo tempo diretta ad animare e irrigidire il fronte antifascista in Europa.
Pressante fu infatti l’azione statunitense laddove il pretesto per giungere al conflitto era più facilmente coltivabile. Innanzitutto a Londra e a Parigi dove sono incoraggiate quelle correnti che già si erano opposte all’appeasement e ora sono lanciate a garantire – ma solo contro la Germania – l’integrità della Polonia. Quanto alla diplomazia USA, mentre Bullit a Parigi si lavora l’ambasciatore polacco Lukasiewicz, a Varsavia il suo collega Biddle, facendosi tramite tra gli oltranzisti locali e gli ambienti anglo-francesi che strumentalmente si atteggiano a paladini dei Polacchi, fa in modo che le ragionevoli proposte di accomodamento avanzate dalla Germania per Danzica vengano respinte.
Una volta esploso secondo i progetti americani il conflitto in Europa, gli USA si proclamano “arsenale delle democrazie” e quando la posizione dei loro protetti si aggrava, essi si danno da fare per essere costretti all’intervento. Attraverso un crescendo di provocazioni, gli Americani si propongono di spingere le potenze totalitarie a quelle reazioni che dovevano assicurare agli USA la tanto ambita qualifica di “aggredito”.
Il casus belli, lo scontro che consentisse, scavalcando le forti resistenze dell’opinione pubblica americana, di partecipare direttamente alla guerra, fu cercato da Roosevelt con caparbia insistenza, attraverso grossolane violazioni non solo della legalità internazionale, ma delle stesse norme interne sulla neutralità (1).
Rivista la legge, la quale prevedeva in caso di forniture belliche a Paesi in guerra pagamenti per contanti, gli USA cedono a credito ai belligeranti democratici armi e materiali, ospitano nei loro porti e riassettano nei loro cantieri decine di navi da guerra inglesi. Tutto ciò mentre, senza giustificazione alcuna, requisiscono navi tedesche e italiane, sequestrano i beni dei cittadini dell’Asse e ne impediscono, chiudendo i consolati, l’assistenza diplomatica. Nell’Atlantico e nei Caraibi occupano, con pirateschi colpi di mano, territori di nazioni neutrali, allargano a proprio piacimento, e a dismisura, il limite delle acque territoriali, proteggono con naviglio armato i convogli inglesi che attraversano l’Atlantico.
Col trascorrere dei mesi – a dispetto della perdurante neutralità – giungono a segnalare a unità di scorta britanniche la presenza di navi e sommergibili tedeschi (2) e contro questi mezzi la marina e l’aviazione americane ricevono ordine di aprire il fuoco, addirittura in acque internazionali. Gli incidenti non sfociano in guerra aperta solo perché, da Berlino, le forze impiegate in Atlantico ricevono il preciso, sofferto ordine di non reagire.
Anche se non porta all’intervento, l’agire americano è dunque un segnale assai chiaro, che fa capire – specie quando dopo la sconfitta della Francia l’Inghilterra è rimasta da sola a battersi – che la guerra in Europa non avrà fine se non alle “condizioni” dettate dietro le quinte dagli USA, cioè con la resa della Germania.
Il Fuhrer, che non aveva mai nutrito interesse per uno scontro di carattere mondiale essendo stato suo unico obiettivo una blitzkrieg all’est, già alla fine della campagna di Polonia aveva proposto agli Occidentali di discutere la pace (3). Nessun dialogo risulta però possibile con gli avversari; per essi la Polonia – come aveva dimostrato l’assenza di qualsiasi iniziativa militare in suo favore – era stata unicamente il pretesto da sbandierare, il prezioso aggancio per costringere il Reich a battersi.
Visto respinto il proprio appello alla pace, la Germania ritiene di poter costringere gli Inglesi al tavolo delle trattative calcando militarmente la mano. Ma neppure la vittoriosa offensiva del maggio 1940, che in poche settimane travolge Olanda, Belgio e Francia, e isola ulteriormente la Gran Bretagna si rivela risolutiva. Il gioco era ormai uscito dai confini europei. Grazie alla propria superiorità aeronavale, agli uomini e ai mezzi ancora reperibili nel vasto impero, ma soprattutto agli inesauribili rifornimenti USA, l’Inghilterra non demorde: la pace offerta nuovamente dal Fuhrer nel grande discorso del 19 luglio non la interessa.
A questo punto la Germania, cui è stato chiuso ogni varco per giungere ad un accomodamento politico e che si vede suo malgrado costretta a rispondere alla sfida militare degli avversari, deve ripensare a tutta la propria strategia.
Come uscire dall’impasse? Come riprendere l’iniziativa?
Mentre quello che nonostante la mancanza di uno stato di guerra è il nemico principale – gli Stati Uniti – è destinato a restare, a causa della distanza, assolutamente al di fuori della portata della Wehrmacht, è invece prevedibile, anche se non per l’immediato, il ritorno offensivo sul continente europeo degli Angloamericani.
Contro la minaccia dell’imperialismo marittimo mondiale, la risposta tedesca è quella di una tipica potenza terrestre. Il ministro degli esteri von Ribbentrop, già artefice dell’accordo coi sovietici dell’agosto 1939 col quale la Germania aveva tentato di tener fuori dall’affare polacco gli Occidentali, strappa a Hitler il consenso per sondare la possibilità di costituire con la Russia e Giappone un blocco continentale. Ne sarebbe risultata un’alleanza di tale portata da scoraggiare i progetti bellicisti degli USA e ridimensionare di conseguenza la testardaggine dei Britannici. Ma se col Giappone l’intesa è presto raggiunta (4) – il 27 settembre 1940 è firmato quello che per l’adesione dell’Italia sarà noto come Patto Tripartito – con l’Unione Sovietica l’intesa si rivela problematica.
Stalin infatti, che ha immediatamente percepito la gravità dei problemi geopolitici della Germania, alza il prezzo della collaborazione. Nel novembre del 1940 il ministro degli esteri russo Molotov è a Berlino, invitato per discutere quanto dallo smembramento dell’Impero britannico potrà toccare all’URSS. Ma l’appetito dei sovietici non si accontenta dei bocconi inglesi proposti dallo chef tedesco, ossia degli sbocchi sul Golfo Persico e sull’Oceano Indiano. Stando ai Sovietici, la Turchia dovrebbe cedere dei territori nel Caucaso e consentire, attraverso i Dardanelli, il libero accesso al Mediterraneo. Sempre nel sud-est europeo dovrebbero entrare nella sfera d’influenza dell’URSS Romania e Bulgaria, mentre all’estremo nord vengono affacciate pretese sulla Finlandia e chieste garanzie per il transito dal Baltico al Mare del Nord.
Hitler, da sempre ostile all’idea di una durevole intesa coi comunisti, non intende mettere né i Balcani, con le loro vitali risorse petrolifere, né la Germania e l’Europa tutta alla mercé dei capricci sovietici e rinvia sine die la risposta tedesca. E’ convinto per di più che il rilevante scambio commerciale tra il Reich e la Russia sia destinato a cessare da un momento all’altro e non dubita che, quando gli Angloamericani avranno messo piede sul continente, la Germania sarà attaccata alle spalle dai sovietici.
Prima che questa catastrofica ma realistica ipotesi si verifichi, non rimane che prevenirla. Quel che non si è potuto ottenere con le buone può essere colto attraverso lo scontro militare col bolscevismo, un’idea che il Fuhrer aveva da sempre accarezzato. Con l’operazione “Barbarossa” la Wehrmacht avrebbe dovuto assicurare al Reich nazionalsocialista gli spazi, le materie prime e la forza lavoro necessari a riequilibrare i rapporti di forza con la coalizione nemica.
Il blocco europeo guidato dalla Germania, col controllo del territorio ex sovietico, avrebbe potuto collegarsi via terra con l’alleato giapponese senza più preoccuparsi delle vie marittime dominate dalla talassocrazia atlantica.
In un secondo tempo, battuta cioè l’Unione Sovietica, sarebbero riprese in Africa settentrionale e in seguito nel vicino Oriente, quelle operazioni contro l’Inghilterra che ora venivano giustamente accantonate come dispersive e secondarie.
L’Impero nipponico a sua volta, liberato dalla minaccia comunista sulla terraferma, avrebbe potuto chiudere i conti con le potenze coloniali sconfitte in Europa dalla Germania e impedire definitivamente che dai loro possedimenti qualsiasi rifornimento raggiungesse l’esercito di Chiang Kai-shek. Archiviata la vicenda cinese, i Nipponici avrebbero potuto fronteggiare, con tutte le loro forze, gli USA.
Con l’eliminazione della Russia comunista si prospettava dunque, tanto nello scacchiere europeo che in quello asiatico, scenari tali da indurre a più miti consigli anche i più fanatici guerrafondai anglosionisti.
Con qualche giustificazione logica – l’operazione Barbarossa, nonostante la diagnosi di Hitler fosse corretta e la cura per uscire dall’emergenza sensata, era un progetto davvero ambizioso – gli storici al servizio dei vincitori accusano oggi la Germania di aver mosso con l’attacco alla Russia un ulteriore passo verso la conquista del mondo. In realtà la coperta tedesca, sicuramente troppo corta per coprire il mondo, era anche insufficiente per assicurare alla Germania quegli spazi che – pena l’asfissia energetica e alimentare nel corso del conflitto – andavano assolutamente occupati all’Est.
Alla dirigenza tedesca non si presentavano comunque altre possibilità.
L’operazione “Barbarossa” era l’unica via d’uscita praticabile; per scongiurare la disfatta militare e politica, occorreva, con grande consapevolezza e straordinaria lucidità, accettare il rischio e giocare il tutto per tutto. Grazie all’improvviso cambio di scena, l’avversario poteva essere messo in grosse difficoltà: la partita, se non vinta, poteva ancora essere impattata.
Per questo supremo cimento la Germania tuttavia non poteva muovere a proprio piacimento tutte le forze del Tripartito. Mentre lo schieramento democratico faceva indiscutibilmente capo agli USA, che avevano in pugno i cordoni della borsa, la Germania, che non era né una potenza finanziaria, né un impero marittimo e intercontinentale, poteva tutt’al più consigliare ma non imporre ai suoi alleati le direttive ritenute vincenti.
Al confronto con gli avversari la coalizione totalitaria si presentò dunque debole e strategicamente disunita. E fu proprio la mancanza di una pianificazione militare, unita all’oggettiva impossibilità di battersi alla pari contro un nemico più forte, a spingere gli alleati della Germania, Italia e Giappone – ciascuno in tempi diversi – prima a cercare di destreggiarsi diplomaticamente, poi a imboccare quelle strade autonome che impedirono, se mai era stata possibile, la vittoria del Tripartito.
Le forze disponibili, anziché operare in un’unica direzione, furono impegnate in una serie di campagne che, note agli storici come “parallele”, furono in realtà disastrosamente divergenti.
I prodromi della seconda guerra mondiale furono in sostanza una smazzata di poker nella quale gli Americani, dopo aver accuratamente preparato le carte, giocavano tranquilli sapendo di avere in mano il punto più alto. Nessun rilancio, nessun bluff degli avversari poteva intimorirli, indurli a recedere dalle loro posizioni.
* * *
Se l’attacco tedesco alla Russia del giugno 1941 offre agli USA un’ulteriore opportunità di portare soccorso con denaro ed armi, in un nuovo scacchiere, a un altro nemico della Germania. Roosevelt tuttavia non riesce a ricavarne il tanto sospirato pretesto per intervenire nel conflitto. Al neutralismo isolazionista, nella pubblica opinione americana, si unisce ora la scarsa simpatia per il comunismo. Ma se l’andamento delle vicende europee è deludente, sono proprio i riflessi asiatici di quanto era accaduto in Europa – i passi compiuti dai Giapponesi per inglobare nella propria zona d’influenza i territori coloniali delle potenze sconfitte in Europa dalla Germania – ad offrire agli Americani il destro per quel durissimo atteggiamento sanzionista che doveva spingere il Giappone allo scontro militare.
Spiazzati dalla decisione tedesca dell’agosto 1939 di accordarsi – a dispetto del Patto Anticomintern – coi Sovietici, i Giapponesi erano rimasti in attesa degli sviluppi della guerra in Europa. Col giugno 1940, la vittoriosa, spettacolare offensiva tedesca che piega Olanda, Belgio e Francia, apre loro, nel Sud-Est asiatico, grandi prospettive. Il controllo dell’Indocina francese, geograficamente a portata delle armate nipponiche che operano nella Cina meridionale, sarebbe tornato particolarmente utile. Non solo avrebbe contribuito ad isolare da sud le armate del Kuomintang, ma sarebbe stata un’ottima base di partenza per le future operazioni contro i possedimenti inglesi di Malacca, al cui vertice si trovava la munitissima base navale di Singapore, e contro le Indie olandesi.
Col consenso del governo di Vichy, i Giapponesi ottengono nel luglio 1940 le basi nell’Indocina settentrionale e nello stesso mese gli inglesi, che in Europa sono occupati a leccarsi le ferite di Dunkerque, consentono a chiudere per 90 giorni la strada che dalla Birmania porta in Cina.
Gli Stati Uniti intervengono però tempestivamente a compensare il calo di tono dei colonialisti europei e a tal fine introducono un complicato sistema di licenze di esportazione per tutti i prodotti americani maggiormente richiesti dal Giappone. Nel settembre alla lista sono aggiunti alcuni prodotti petroliferi, il ferro e i rottami d’acciaio. Forti pressioni vengono esercitate con successo sulle acefale autorità delle Indie Olandesi e dell’Indocina Francese perché siano negate al Giappone forniture di greggio, caucciù, stagno, nichel, bauxite, nonché di riso.
Per comprendere la gravità della posizione assunta dagli USA, occorre ricordare la totale dipendenza dell’industria giapponese dalle importazioni. Qualsiasi riduzione, anche piccola, nel flusso delle materie prime e dei combustibili, avrebbe innescato la crisi. Col tracollo della produzione, per la popolazione del Sol Levante che vive in maniera già modesta, sarebbero presto arrivate la disoccupazione e la fame.
Ci pare qui il caso di ricordare che il grosso delle forniture petrolifere nipponiche proveniva proprio dagli USA i quali coprivano allora i due terzi del fabbisogno mondiale di greggio. Né era possibile per i Nipponici ricorrere a fonti sostitutive. I paesi arabi erano occupati dalla Gran Bretagna alleata degli USA e, in ogni caso, il greggio estratto nel Medio Oriente rappresentava in quegli anni solamente il 5% della produzione mondiale.
Oltre a danneggiare il Giappone con l’embargo, gli Americani sostengono con ogni mezzo i suoi avversari. Il 30 novembre – Roosevelt è stato rieletto presidente il 5 dello stesso mese – gli USA concedono alla Cina di Chiang Kai-shek un prestito di 100 milioni di dollari. Da un lato dunque gli USA non consentono che il Giappone espandendosi possa farsi autosufficiente; dall’altro permettono che il rubinetto dell’import-export resti aperto unicamente a patto che l’esercito nipponico rinunci a qualsiasi iniziativa e si ritiri da tutte le posizioni occupate successivamente al 1930. Il Giappone dovrebbe abbandonare l’Indocina, la Cina e la stessa Manciuria. E’ evidente la volontà di voler condizionare, dall’altra sponda del Pacifico, l’esistenza stessa del Sol Levante.
Stanco di subire le continue, tracotanti intromissioni degli Stati Uniti, e conscio al tempo stesso di non poterne eludere l’ostilità, il Giappone cerca con l’antagonista un chiarimento definitivo. E per compensare la propria inferiorità – la sua produzione bellica non sarà mai superiore a un decimo di quella americana, un tredicesimo quella del carbone e dell’acciaio – il Giappone si muove sul piano diplomatico per porsi, grazie al gioco delle alleanze, nelle condizioni migliori.
Nel marzo 1941 il ministro degli esteri nipponico Matsuoka, assai vicino alla politica della Germania, si reca a Berlino dove – mentre gli viene taciuto l’imminente attacco all’URSS – è incoraggiato a spingere il suo governo affinché prenda l’iniziativa contro gli Inglesi in Estremo Oriente, ponendo fine in particolare alla presenza britannica a Hong Kong e a Singapore.
A Berlino si pensa, evidentemente, già al dopo Russia, alla ripresa delle operazioni contro l’Inghilterra.
Nell’aprile – il giorno 13 – durante il suo rientro a Tokyo, Matsuoka fa tappa a Mosca dove, credendo con ciò di allinearsi a quanto aveva già fatto la Germania nell’agosto 1939, firma con l’Unione Sovietica un trattato di neutralità.
Con le spalle coperte da questo accordo, il Giappone è ormai deciso a lanciarsi contro quelle ricche dipendenze coloniali dei paesi europei che, grazie ai successi dell’alleato germanico, possono essere ormai considerate res nullius.
L’attacco tedesco alla Russia del giugno 1941 è per i Giapponesi una sorpresa e la loro scelta strategica rischia di essere rimessa in discussione. Lo stesso Matsuoka suggerisce infatti di rinviare l’incursione a sud, unendosi invece alla Germania per liquidare l’URSS. Pressanti consigli in tal senso giungono anche dalla Germania attraverso le ambasciate nipponiche a Berlino e tedesca a Tokyo.
Tre ordini di ragione consigliano però ai Nipponici di restare fermi sulla decisione originaria.
In primo luogo si giudicava la Wehrmacht perfettamente in grado di risolvere da sola la campagna contro l’URSS. I Giapponesi tuttavia non si disinteressavano a quanto sta accadendo sul continente. Si tengono anzi pronti ad approfittare di un improvviso crollo sovietico e ad estendere in tale eventualità alla Siberia la loro sfera d’influenza. Nel giugno 1941, l’Armata del Kwantung non era però in grado di intervenire e quando, tempo qualche mese, lo fosse diventata, l’inverno non avrebbe consentito alcuna operazione bellica. Della Siberia si sarebbe dunque potuto riparlare solo nella primavera del ’42.
Un’altra ragione per cui l’incursione a sud rimane privilegiata è che la guerra contro l’URSS non avrebbe in ogni caso risolto tutti i problemi del Giappone. Non solo le materie prime ed i combustibili di cui l’industria bellica in piena espansione aveva assoluto bisogno erano assai più facilmente reperibili in Malesia e in Indonesia piuttosto che in Siberia, ma operazioni militari contro la Russia – che da quando è in guerra con la Germania è sul libro paga americano – avrebbero sicuramente aggravato i già pessimi rapporti con gli Stati Uniti.
I Giapponesi sono insomma dell’opinione che sia inutile divagare lanciandosi contro obiettivi secondari: i conti andavano regolati direttamente con gli Stati Uniti. Questi, dopo l’indebolimento dei colonialisti europei. Erano in realtà l’unico ostacolo che si frapponeva alle mire nipponiche nel Sud-Est asiatico. E se non era possibile raggiungere con loro un compromesso, gli Americani andavano affrontati militarmente.
L’incursione a sud si presentava anche, dal punto di vista militare, di più agevole attuazione. La fortissima marina militare nipponica, che contro la Russia non avrebbe avuto ragione di essere impiegata, in quanto la flotta sovietica era praticamente inesistente, nel Pacifico meridionale avrebbe potuto dare tutto il suo contributo.
Non era infine trascurabile, nella decisione da prendere, il fatto che le popolazioni delle colonie avrebbero accolto i Giapponesi come liberatori.
* * * *
Estromesso dal governo Matsuoka il quale insisteva per l’attacco alla Russia, i Giapponesi proseguono i loro preparativi bellici, ma al tempo stesso tentano, attraverso una lunga e febbrile serie di colloqui con gli Americani, di ottenere la revoca dell’embargo e di evitare così la guerra.
I Nipponici, i quali sentono essere in gioco l’esistenza stessa della nazione e sanno di non poter reggere un lungo, logorante conflitto, offrono addirittura agli Stati Uniti, in cambio della non ingerenza negli affari asiatici, di rendere inoperante il patto Tripartito. Gli Americani insistono però nel pretendere il ritiro delle armate nipponiche da tutte le posizioni occupate in Cina e nel Sud-Est asiatico. E, a conferma della loro intransigenza, intensificano la pressione contro il Sol Levante con pesanti provvedimenti sanzionistici: quando, a fine agosto 1941, i Giapponesi muovendo dall’isola di Hai Nan occupano – sempre col consenso del governo di Vichy, che gode tra l’altro del riconoscimento americano – nuove basi, questa volta nell’Indocina meridionale, la reazione USA è immediata. I crediti giapponesi negli USA sono congelati e i beni nipponici sequestrati. Contemporaneamente viene dichiarato contro il Giappone il blocco totale. Alle navi battenti bandiera del Sol Levante è anche vietato il transito del Canale di panama. Si associano all’embargo tutti quei paesi dell’America Latina le cui dirigenze sono asservite alla plutocrazia USA.
A Tokyo la benzina è razionata e l’ambasciatore USA Grew riferisce a Washington che in tutta la città non si trova più un taxi. In autunno, alla sede diplomatica USA, sarà negato il gasolio per il riscaldamento.
Mentre i capi di stato maggiore dell’esercito e della marina americani, immaginando le reazioni dei Giapponesi si dichiarano contrari al blocco, Roosevelt non ha esitazioni nel farlo scattare proprio perché sa che lo strangolamento economico spingerà inevitabilmente il Giappone alla guerra.
Nonostante la situazione si ormai vicina alla rottura, le discussioni in corso a Washington non si interrompono: i Nipponici sperano ancora di trovare con gli Stati Uniti un modus vivendi. Gli Americani, per parte loro, giocano come il gatto col topo; tirano in lungo, evitano di impegnarsi e rifiutano l’incontro al vertice Roosevelt-Konoye richiesto dalla diplomazia nipponica.
Gli Statunitensi sono in possesso dei cifrari giapponesi e conoscono perciò in anticipo le istruzioni indirizzate da Tokyo ai suoi plenipotenziari. Sapendo benissimo che in caso di rottura definitiva delle trattative i Giapponesi dovranno decidersi per la guerra, l’America evita lo strappo fino a quando le parrà giunto il momento più vantaggioso per essere “aggredita”.
La scelta di questo varco temporale favorevole è legata all’andamento delle operazioni sul fronte russo. Se un successo tedesco avrebbe probabilmente spinto gli USA a un momentaneo compromesso col Giappone, il fallimento dell’offensiva autunnale germanica, ormai bloccata alle porte di Mosca, è il segnale perché ai Giapponesi venga chiusa definitivamente la porta in faccia.
La trappola tesa contro i Nipponici, costretti ad agire perché le loro scorte di nafta calano di giorno in giorno, è pronta da quel momento a scattare in tutto il Pacifico. Nessuna base americana viene messa in allerta e l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941 contro Pearl Harbor, largamente previsto, è accolto a Washington con sollievo, addirittura come un successo.
I danni più gravi, visto che la sorpresa non c’è stata, sono del resto evitati. Le nuove portaerei che sono l’ossatura della flotta americana nel Pacifico spariscono al momento giusto e ricompaiono dal cilindro di Roosevelt, come il classico coniglio del prestigiatore, ad attacco ultimato.
Sono rimaste in porto a fare da bersaglio 8 corazzate, tutte varate all’epoca della prima guerra mondiale, navi la cui scarsa velocità (20 nodi orari) non avrebbe consentito di farle muovere in battaglia accanto alle più rapide portaerei da 30 nodi orari.
Con qualche vecchia corazzata e poche centinaia di morti il sogno demo-giudaico di un’America in guerra è finalmente realtà.
Note
Rimandiamo quei lettori che non si accontentassero dei brevi cenni qui dedicati alle responsabilità per lo scoppio del secondo conflitto mondiale ai testi specialistici tra i quali segnaliamo Le origini della seconda guerra mondiale di A. J. P. Taylor, Laterza 1965 e Storia militare della seconda guerra mondiale di Liddel Hart, Mondadori 1996. Cfr anche il nostro L’Occidente contro l’Europa, Edizioni dell’Uomo libero, 1985, in particolare il capitolo La neutralità americana, pagg. 79-101 e la relativa documentazione cartografica a cura di Gianantonio Valli.
Il più emblematico di questi episodi si colloca nel maggio ’41. Uscita dalla base di Bergen in Norvegia con l’incrociatore Prinz Eugen, la corazzata tedesca Bismarck si scontrò il giorno 24 nello stretto di Danimarca (tra Islanda e Groenlandia) con una squadra britannica. Affondata la nave da battaglia Hood e danneggiata la Prince of Wales, le navi tedesche fanno perdere per due giorni le loro tracce. Mentre negli USA la stampa favoleggia che le unità germaniche stiano puntando su New York per cannoneggiarla, Roosevelt le immagina nel Mar dei Caraibi e si augura che vengano localizzate da una nave degli Stati Uniti e che su tale nave i Tedeschi aprano il fuoco “procurando in tal modo l’incidente per il quale il governo degli Stati Uniti sarebbe tanto riconoscente” (Cfr. Ludovic Kennedy, Caccia alla Bismarck, Mondadori, 1977, pag. 245). Due giorni dopo, la Bismarck, che cerca di raggiungere Brest per riparare un’avaria, è avvistata da un PBY Catalina, un bombardiere americano con equipaggio americano, messo a disposizione del Comando costiero della RAF. Attaccata da aerosiluranti levatisi dall’Ark Royal, che si era mossa con la forza H da Gibilterra, la Bismarck è immobilizzata. Raggiunta dalla flotta inglese, con le sovrastrutture distrutte e le artiglierie ormai ridotte al silenzio, dopo una lunga battaglia durata ore, il 27 mattina la grande nave affonda col comandante, ammiraglio Lutjens e 2.000 uomini dell’equipaggio.
Ecco la chiusura del discorso del Fuhrer del 6 ottobre 1939: Quale altro motivo c’è per continuare a battersi? Ha avanzato forse la Germania verso l’Inghilterra una qualche pretesa che minacci l’Impero britannico o che ponga in pericolo la sua esistenza? No, la Germania non ha formulato pretese del genere né contro la Francia né contro l’Inghilterra. Se la guerra dovesse aver inizio, i patrimoni nazionali dell’Europa saranno dissipati in munizioni, mentre i popoli si dissangueranno sui campi di battaglia. La Germania è pronta a discutere la pace e non ha paura di essere tacciata di viltà nel dichiararlo. Prendano ora la parola quei popoli e i loro capi che sono del mio stesso parere. Respingano la mia mano coloro i quali credono di vedere nella guerra la soluzione migliore”.
Per il Giappone il patto che lo legava all’Asse doveva costituire la mossa vincente diretta ad evitare la guerra con gli USA il cui potenziale bellico, già superiore a quello nipponico era per di più in rapida crescita.
ARTICOLO TRATTO DA L’UOMO LIBERO N. 42 ANNO XVII DICEMBRE 1996
29/09/2011